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Razzi
loro
di LUCAdiESSERRE'09
Durante e le feste tra televisione e rete ne ho lette ed
ascoltate tante di teorie sull’ultima guerra tra Israele
e Hamas. Ho letto molto e qualcosa verrà pubblicato su
questa mailing in modo da poter dividere con voi le
varie opinioni che girano in rete. Tutto o quasi è
improntato nel decifrare l’operato d’Israele. Chi crede
che si tratti di legittima difesa e chi trova questa
difesa di gran lunga sproporzionata. Chi entra in
lunghissimi e complicate teorie dove l’unica vera linfa
è la dietrologia. Io rimango sul semplice quasi banale.
Chiedo a voi che leggete, sapendo che tra voi vi sarà
sicuramente qualcuno più preparato e più dotto di me che
possa darmi una risposta ad un quesito che fin dalla
guerra con il Libano (di due anni) fa non trova
risposta. Perché questi continuano a tirare i loro
razzi?
Vediamo se la prossima teoria è più plausibile. Il razzo potrebbe far parte di una strategia ben più ampia. Vogliono far insorgere tutto il mondo arabo contro Israele visto che questo ogni volta immancabilmente pecca di rispondere in modo proporzionato e in TV va in onda il bagno di sangue arabo. Sembra però chiaro che finché viene data loro la scusante del “dobbiamo difenderci ed è un nostro diritto” a ben pochi interessa della proporzionalità della rappresaglia. Un morto israeliano - cento morti palestinesi, è sempre stato cosi e non vedo nulla di nuovo all’orizzonte. Sta forse funzionando questa teoria di impietosire il mondo arabo al punto di portarlo a fare qualcosa di concreto per la Palestina o cosa ne è rimasto di questo stato o stati visto che West Bank non confina con Gaza (è come se all’interno dell’Italia vi fosse un’altro paese che ha una parte in Lombardia ed una in Basilicata, non ha senso)? Sono passati soli due anni ed i bagni di sangue e la distruzione in Libano sembrano essere un lontano ricordo. Tra qualche mese potrebbe essere la stessa cosa per Gaza. Rimane ovvio che l’arabo medio solon negli ultimi 10 anni ha visto carneficine sulla sua gente, Iraq, Afganistan, Libano e Gaza.
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Lasciate ogni speranza Dopo avere letto i più di mille
interventi sulla ennesima tragedia israelo-palestinese, e
anche scontando, come si fa nelle gare di pattinaggio
artistico,
i
giudizi più estremi o dissennati, la conclusione che si trae
da questo campione piuttosto sostanzioso e statisticamente
interessante (lo so, lo so, le campionature volontarie e non
pesate hanno poco valore) è deprimente. Non mi riferisco ai
professionisti del battibecco, nè a coloro che non riescono
a scrivere dieci parole senza infilarci l’insolenza da
seconda media. Il sentimento di disperazione è molto più
profondo. Sta nel rifiuto di riflettere sulle obbiezioni, di
porsi domande che contraddicano le risposte preconfezionate,
di accettare anche soltanto l’ipotesi, per semplice
dialettica o per migliore confutazione, che gli altri
possano avere qualche ragione nei loro comportamenti.
Domina, come il Minosse che si attorciglia nella propria
coda, il ricorso istantaneo alla personalizzazione come
surrogato al ragionamento o alla generalizzazione che tutto
spiega e dunque niente capisce, “gli arabi”, “gli ebrei”,
gli “americani”, “le anime belle”, “i nazisti”, “voi”, “i
comunisti”, i “pacifinti”, i “filo terroristi”, tutti
maiali, corrotti, venduti, assassini, ciechi, pirla,
faziosi, meno, naturalmente, io. Dunque, la domanda deprimente, perchè è la sola che conti davvero è: quali speranze, quali possibilità reali di pace, di ragionevolezza, di compromesso, possono esistere tra esseri umani che quotidianamente si sparano addosso, seppeliscono un figlio, sono bersagliati da razzi e da bombe, se neppure tanti di noi, lontani migliaia di chilometri dalle conseguenze fisiche dei nostri rancori, al calduccio davanti al nostro PC (o, meglio, Mac) riusciamo a pensare, a ragionare senza schizzarci addosso veleno e senza bendarci gli occhi con i nostri pregiudizi? Fa paura scoprire quanto è facile eccitare e scatenare l’odio che portiamo dentro di noi e che chiede soltanto un pretesto per esplodere come un geyser. Boomerang C’è poi un’altra domanda da porsi di fronte all’eterna tentazione della risposta militare forte al tormento del terrorismo, con gli “effetti collateriali” che bombardamenti e cannoneggiamenti inevitabilmente producono, per quanto nobili siano le intenzioni, come questo atroce ragazzino palestinese con la mano contratta dal dolore o dalle lesioni cerebrali subite: non è che per caso, storia alla mano, le bombe producano sempre più nemici di quanti ne eliminino? Tutti gli studi condotti dagli Alleati dopo la Seconda Guerra Mondiale, come mi disse l’economista John Kenneth Galbraith che li aveva condotti per conto della US Air Force, hanno concluso che i bombardamenti a tappeto delle città non avevano affatto piegato, ma al contrario indurito, il morale degli abitanti di città vittimizzate come Berlino, Dresda o Londra. ![]() |
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La Redazione.

L’incapacità di vivere dimenticando i fili spinati

In questi giorni di sgomento e rabbia, incredulità ed angoscia,
stiamo osservando l’ennesimo capitolo dell’infinito tormento
palestinese, che già sappiamo non sortirà effetto alcuno, né fra i
palestinesi – che si ritroveranno uniti per qualche tempo, per poi
ricominciare l’eterno dissidio interno – né per gli israeliani, i
quali non potranno rimanere a Gaza – sarebbe come riportare il morto
in casa – e s’accontenteranno di qualche anelito di vittoria: vera,
presunta, addomesticata dai media, velleitaria e che provocherà
altri dissidi interni.
La partita, più che sul campo di battaglia, si gioca sulla capacità
di resistenza politica nel tempo il quale – già sanno entrambi i
contendenti – non potrà superare le poche settimane, come tutte le
guerre degli ultimi anni. Oramai, si fanno le guerre nei periodi di
vacanza – il Libano durante le vacanze estive, nel 2006, idem la
Georgia nel 2008 – ed oggi sotto Natale: come le “importanti”
riforme della politica italiana, che arrivano sempre a Luglio.
Oramai, per bastonare le popolazioni sempre più disilluse, bisogna
contare – in qualsiasi modo – sulla massima “distrazione” degli
altri. Perché, nel caso della Palestina, si tratta di un vero e
proprio vulnus al diritto internazionale.
La pantomima internazionale prevedeva da
tempo questo attacco – perché la diplomazia israeliana non si fida
della nuova amministrazione americana (staremo poi a vedere…) – ed
aveva bisogno del “classico” veto all’ONU. Che, il “glorioso” Bush,
non ha fatto certo mancare.